

Mercoledì 28 luglio 2010 - Ore 18.00 - Sala della Vittoria della Civica Pinacoteca
Interverrà il Prof. Stefano Papetti Direttore Artistico dei Civici Musei del Comune di Ascoli Piceno
Il Testo è stato realizzato in collaborazione con la Confederazione Nazionale Artigiani di Ascoli Piceno e il Comune di Ascoli Piceno.
Pietro Vannini, orafo e sculture nato e vissuto ad Ascoli Piceno (1430 ca - 1490), fu attivo oltre che nella città natale per importanti commissioni civili e religiose (statua d'argento raffigurante Sant'Emidio), anche in Italia meridionale (Bovino di Puglia, Ariano Irpino), e nel Lazio, nei dintorni di Amatrice, dove rimangono due splendide croci astili e un elaborato reliquiario in forme architettoniche. Il libro è stato realizzato da Giuseppe Clerici.
Descrizione del volume
In un contesto critico che ha visto dibattere questioni di "primato" delle arti ancora nel secolo scorso, l'oneroso fardello della pari dignità che la scultura orafa ha dovuto difendere è rimasto spesso schiacciato dai pregiudizi estetici. In buona compagnia, naturalmente, perché tutte o quasi le produzioni pertinenti i campi che variamente definiamo industriali, decorativi o applicati hanno sempre avuto bisogno di un prolusivo aggettivo: "cosiddetto".
Forse vale la pena di ricordare, ma solo ai più distratti, che l'uso di quell'aggettivo origina soprattutto da uno dei più meritori scrittori dell'arte, Giorgio Vasari. Il grande artista aretino, nel Proemio alle sue Vite (1550; 1568) affronta la questione, di gran moda al tempo, relativa al primato delle arti, ponendo sul tappeto le ragioni dei pittori e degli scultori con pari dignità di cronaca. La conclusione in favore di un terzo soggetto al di sopra di tutto, il disegno, appare a noi scontata, tuttavia tra le molte pagine riservate alla diatriba si individuano le ragioni che portavano gli scultori a voler primeggiare sovente sulla pittura, anche attraverso manifestazioni formali di ridotte o minime dimensioni. Cosicché, dice Vasari, gli scultori: «[...] dicono che la scultura abbraccia molte più arti come congeneri e ne ha molte più sottoposte che la pittura, come il basso rilievo, il far di terra, di cera o di stucco, di legno, d'avorio, il gettar de' metalli, ogni cesellamento, il lavorare d'incavo o di rilievo nelle pietre fini e negl'acciai, et altre molte, le quali e di numero e di maestria avanzano quelle della pittura [...]».
Dal Vasari in poi, con accezioni e terminologie diverse, la fortuna critica delle produzioni artistiche "altre" dalla Pittura e dalla Scultura è stata sempre subordinata a quella delle più celebrate sorelle. Si è dovuto aspettare la spinta illuminista per cominciare a vedere i primi accenni all'uso del famoso aggettivo, per indicare il lavoro di artisti il cui grave torto era stato quello di produrre oggetti di piccole dimensioni. Produzione tuttavia mai seriale, perché in questo caso trattasi di artigianato, cioè tutt'altro.
Nel Settecento si cominciò a capire che era possibile azzardare una filosofia dell'arte, l'estetica, e che i termini della questione potevano essere rovesciati: laddove l'attività dello spirito si poteva rendere indipendente dalle vite degli artisti. Si poteva quindi fare una critica del Bello con Shelling ed Hegel, così come una del Sublime con Kant, sino a formulare un'estetica che andava a toccare un altro argomento delicato, il Brutto, come propose Rosenkranz nel 1835. Proseguire su questo ci porterebbe assai lontano; preme invece sottolineare l'iniziale scardinamento che, muovendo proprio dalle istanze illuministe, arriva a "guardare" finalmente l'arte medievale, quella dei primitivi, nella giusta ottica. Prospettiva che però a gran fatica, e solo in tempi a noi vicini, è riuscita a concepire il concetto di "arte senza progresso", debellando le istanze positivistiche che, specialmente con Taine, si trascinavano l'idea di un'ascendente curva di qualità artistica culminante in quei cinquant'anni più o meno a cavallo tra il XV e il XVI secolo, per poi riprendere un ineluttabile declino.
Questo per dire che molto opportunamente Giuseppe Clerici introduce il suo pregevole libro - frutto di un approfondito lavoro basato sulle già accorte ricerche svolte in occasione della sua tesi di laurea, discussa nell'Università La Sapienza di Roma nell'A.A. 2002-2003 - proprio evocando i principi estetici appena sintetizzati, individuando nell'evo medio la radice autentica dell'arte orafa e sgombrando il campo dagli annosi pregiudizi che hanno voluto incasellare nei piani inferiori opere segnalate odiosamente "minori", quando piuttosto si dovrebbero definire "diverse", come il caso dell'oggetto dello studio e, nello specifico, relativo alla produzione nell'Ascoli del XV secolo.
Il libro di Clerici è dedicato all'arte di Pietro Vannini, maestro ascolano nipote, figlio e padre di orafi, la cui vita copre quasi interamente il Quattrocento e che operò per quattro decenni soprattutto nella sua città ma anche, per un breve periodo, a Macerata.
Non starò qui a tediare i lettori con inutili resumée del libro. Il testo va goduto nel suo intero svolgersi, senza intromissioni riduttive, e l'illustre patrocinio dell'Istituto Superiore di Studi Medievali "Cecco D'Ascoli" è garanzia stessa della validità scientifica e manifesta del lavoro di Clerici. Mi limiterò quindi a salutare, con vivo compiacimento, la prima pubblicazione in veste di monografia riguardante uno dei più importanti artisti orafi italiani del XV secolo, autore versatile di raffinati ostensori e reliquari, preziose croci processionali e, soprattutto, di quell'autentico capolavoro che è il Sant'Emidio del Museo Diocesano di Ascoli Piceno, laddove si dimostra ancora una volta che l'arte della Scultura - ebbene sì, in questo caso l'iniziale maiuscola è quanto di più appropriato e doveroso utilizzare - può raggiungere le massime espressioni della maestria tecnica governante materiali nobili quali l'oro e l'argento, della devozione religiosa (la "dignità ieratica", come l'ha definita il Serra) e dell'espressionismo estetico, anche attraverso un unico esempio. Operazione che al Vannini è riuscita felicemente, al pari dei lavori destinati agli arredi liturgici, nella fortunata contingenza che l'ha visto da una parte confrontarsi con i maestri della cerchia di Donatello e con l'abruzzese Nicola da Guardiagrele; dall'altra parte "dialogare" con importanti pittori centroitaliani quali Giovanni Boccati, Girolamo di Giovanni e soprattutto con l'esperienza veneto-marchigiana di quel sommo e profondo conoscitore delle linee, dei colori e della grazia che fu Carlo Crivelli.
Prof. Stefano Valeri
Docente di Museologia e critica artistica e del restauro
Università La Sapienza di Roma